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SaggiBevitoriBlog di Alessandro
Carlassare
Dai Alessandro, è la tua l'ennesima tirata per il vino della zona... penserà qualcuno, ed invece no: il Prosecco è proprio vino che crea discussione.
Non ci credete? Date un'occhiata alla quantità di commenti raccolti da un provocante (ed a tratti delirante) articolo a firma di Cristiana Lauro, alias Black Mamba, lo trovate qui.
Premetto che Cristiana (che non conosco) scrive bene: in modo arguto a spigliato, dimostra di avere idee chiare e neanche un pelo sulla lingua, ed i suoi articoli raccolgono sempre tanta attenzione, tanta!
Certo sono sempre articoli che tendono alla provocazione e mai alla costruzione (d'altra parte vedendo in internet qualche sua foto - sempre se Google immagini c'azzecca - credo che la bella signorina sia più portata alla parte del commento del vino che non alla costruzione dello stesso: immagino non abbia mai portato una cassa d'uva, piegato un tralcio, potato una vite o anche solo lavato il pavimento di una cantina... almeno non in modo serio!) ma comunque sono articoli sottolineati da una nota di intelligenza e curiosità certamente non comune, quindi brava.
Peccato che questa volta, nelle vesti di Black Mamba, la nostra comunicatrice del vino l'abbia proprio fatta fuori dal vaso: ha (s)parlato del Prosecco oltre il limite del buon senso.
Se leggete il suo articolo (con calma, molta calma: subito crea tanta irritazione, poi capisci che è volutamente provocatorio) troverete alcuni punti di condivisione (ammettiamolo tutti: certi eccessi di marketing, che tutti odiamo, come il simil-prosecco in lattina pubblicizzato dalla ragazza con il cognome degli hotel, non dovevano neanche essere pensati!) ma anche tanto parlare senza conoscere: Black Mambo confonde la DOC Prosecco con le due DOCG, territori e vini che nulla hanno a condividere (un Valdobbiadene-Conegliano o un Asolo DOCG sta al Prosecco DOC come Virgilio Guidi sta a Teomondo Scrofalo), immagina che il Prosecco si beva solo di sera e d'estate in quel di Padova quando le zanzare imperano, mentre è vino che si beve sempre e ovunque, specie d'inverno (e poi, a Padova d'estate con le zanzare, qualsiasi vino da fastidio, non solo il Prosecco!)
Parla di profilo dolciastro-aromatico quando tutti i bravi produttori di zona negli ultimi due anni hanno orientato le produzione verso l'extra dry in calo di zuccheri o addirittura al brut, visto che questa tipologia pone in rilievo la mineralità di questo vino (si signorina Lauro: il vero Prosecco ha mineralità da vendere), infine ne sottolinea la vischiosità quando a tutto il mondo è noto che il primo pregio del Prosecco è la bevibilità.
Insomma, parla senza sapere, ma per questo possiamo porre rimedio: la invitiamo ad essere nostra ospite quanto prima!
Infine paragona il Prosecco allo Champagne... Black Mambo, noi siamo figli di Valdobbiadene mica degli stupidi: per primi non osiamo paragonare il vino del nostro territorio allo Champagne, beviamo ammirati quanto proviene da oltre alpe e ci inchiniamo al grande spumante senza mai volerlo paragonare! (due cose ben distinte, in tutto, e detto senza alcuna invidia).
Però la cosa che più spiace è che non si sottolinea a sufficienza l'altro pregio del Prosecco, il fatto che sia vino richiesto da tutti!
Non so se ciò è dovuto al prezzo, se è dovuto alla facilità di beva, al marketing o ad altro, fatto sta che in ogni
angolo del mondo, in ogni hotel o ristorante di prestigio si trova il Valdobbiadene-Conegliano: se vai in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Brasile, a Trinidad -
Tobago per ogni locale in cui trovi un Franciacorta, un Trento Spumante, Oltrepò ecc.,ne trovi dieci che hanno in carta il Prosecco (attenzione: a pari prezzo!), forse che il resto
del mondo non capisca nula di vino?
Sapete una cosa cari critici del vino? Avete rotto un po’ le p.... (scatole) con le vostre critiche snob sui "prosecchini": non ci fosse questo vino a far da traino vorrei vedere le esportazioni di vino, oggi, a che livello sarebbero!
Senza nessuna puzza sotto il naso (dimostrazione di intelligenza e senso pratico) i consorzi di Chianti Classico, Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino hanno chiesto ai produttori di Valdobbaidene-Conegliano di unirsi a loro per i tour dimostrativi negli Stati Uniti, ben sapendo che molti importatori avrebbero visitato tali manifestazioni soprattutto perché richiamati dalla DOCG delle bollicine, altro che scrivere banalità tipo "la soluzione qui in Italia non è distante"!
Se tanti "nemici" significa tanta gloria vuol dire che il Prosecco DOCG abbonda di gloria, senza eguali!
AC
Ricordate Lo strano caso del Prosecco DOCG e delle fascette fantasma? Penso e credo di si. (altrimenti vi chiedo di rileggere il post)
Se il nostro indagatore avesse passione e voglia di inseguire altre situazioni in cui le fascette DOCG venissero applicate in modo difforme alla legge, o peggio non applicate, oggi si troverebbe in quel di Asti per inseguire una Barbara D'asti dichiarato DOCG ma le cui fascette non solo sono applicate in modo irregolare, ma addirittura in maniera tale da poter riutilizzare la bottiglia innumerevoli volte....
Prima di dare seguito all'articolo rivediamo cosa dice la legge per quanto riguarda l’applicazione della fascetta: l'articolo 3 del GU n° 37 - 14.02.2006, recita "La fascetta e' applicata sulle chiusure in modo tale da evitare che il contenuto possa essere estratto senza l'inattivazione della fascetta stessa, cosi' da impedire la sua riutilizzazione."(link)
In modo più semplice la fascetta si deve sempre rompere all'apertura del tappo oppure può rimanere integra, se applicata alla capsula di copertura, a condizione che non si possa porre una nuova capsula senza che ciò sia evidente (da qui la parola inattivazione della fascetta anziché rottura).
Bene, come vedete dalla foto la fascetta posta sul collo di questa bottiglia (evito di scrivere di questa Barbara d'Asti : non ho idea se il contenuto sia tale) non solo non verrà rotta all'apertura del tappo, ma in nessun modo si inattiverà
all'apertura visto che non è presente nessuna casula di copertura! (avranno evitato la capsula per permettere la visione del bellissimo tappo corona?).
Con tale accorgimento pertanto la bottiglia potrà essere utilizzata decine e decine di volte!
Poniamo infatti che essa sia destinata a locali atti alla mescita (presumo in bar di quarta categoria), se la bottiglia viene resa al produttore questi potrà riempirla nuovamente, e per più volte, senza che vi sia bisogno di apporre nessuna nuova fascetta!
Questa a voi non sembra una truffa bella e buona? A me si!
Forse potrò sembrare eccessivo (di media tendo a giustificare gli errori per imperizia, mai per tentata frode) ma cosa posso pensare vedendo una bottiglia che in etichetta reca la scritta Barbera d'Asti DOCG ma senza che vi sia indicata la ditta produttrice (il nome scritto in evidenza è solo marchio commerciale), senza che sia scritto il luogo di imbottigliamento (c’è solo quella che sembra la sigla del registro) senza l’annata del raccolto (dato obbligatorio) e con la fascetta apposta così come potete vedere?
Posso pensare che non sono per nulla eccessivo: se non è una truffa è una bella sola! (come dicono a Roma).
Concludo con un amaro pensiero: la bottiglia vista così (in vetro scadente, da litro, con tappo corona, senza che vi sia scritto il produttore, il paese di provenienza ne l’anno) sembra uscita da un catalogo di vendita stampato qualche anno prima dello “scandalo metanolo”, invece è stata raccolta dal bravo (e sempre attento) Marco appena una settimana addietro….
Non ci sarà il metanolo, ma lo scandalo rimane!
AC
Un nuovo caso di "fascette fantasma" scoperto dall'inneffabile investigatore d'oltre Manica: Sherlock Holmes ed il Barbera d'Asti!
Alle 14.00 scopriremo cosa ha scovato il nostro indagatore.....
Questa è la mail (lettera) ricevuta da Alvaro Pavan, in risposta al post pubblicato martedì scorso (Primo Franco scrive...).
La pubblico volentieri per i motivi già esposti in Antefatto.
Buona lettura
Caro Primo Franco,
dalla sua lettera ho la netta sensazione che lei abbia fatto una lettura molto, molto personalistica del mio articolo. Allora, innanzittutto, sgombriamo il campo da ogni dubbio: niente di personale, ci mancherebbe.
Questa visione molto personale, quasi ci fosse da parte mia il presupposto di un attacco personale alla sua persona lo dimostra il fatto che lei consideri il termine da me usato di “negociant” in maniera offensiva.
I “negociants” hanno fatto grande la Borgogna, la regione vinicola dove si produce, con molta probabilità, il migliore vino del mondo. Non credo possa considerarsi offensivo essere annoverato fra questa eletta compagnia. Sono una forza solida e trainante, essenziali alla prosperità economica, come d’altronde è lei in quel di Valdobbiadene. Non mi sembra cosa da poco. E questo è un dato di fatto.
Il mio pezzo genera dal progetto Grave di Stecca, che considero per molti aspetti eccezionale, anche da un punto di vista squisitamente estetico, particolare che si può cogliere in maniera magnifica salendo alla chiesetta di San Floriano e gettare lo sguardo sottostante dove si può cogliere in maniera totale l’elegante e affascinante estensione del suo “clos”. Lei, ha ragione, può dire che io non so molte cose, allo stesso tempo lei non può immaginare quante volte io abbia gettato lo sguardo da questo punto strategico. Il suo “clos”, visto da questo belvedere, dipana la sua unicità nel panorama drammatico di Valdobbiadene. Per me, il territorio di Valdobbiadene, le sue colline vitate, hanno una forza drammatica forse senza eguali nel panorama viticolo italiano. Inscrivere in questo tratto una nota di eleganza civilizzata, che è ciò che a me balza agli occhi, è un suo indiscusso merito. Lei ha fatto un riferimento alla Franciacorta, ecco, io penso, dico e scrivo che il “terroir” di Valdobbiadene è potenzialmente di gran lunga superiore. E il Grave di Stecca è lì a dimostrarlo. Ed è, secondo me, dispiegato molto bene nell’annata 2007.
Non ho mai detto, né tantomeno scritto, che questo progetto abbia più una valenza commerciale che di reale valore di qualità. Vedo che qualcuno l’ha letto in questo modo, ma, sfortunatamente, si è letto anche quello che non ho scritto né pensato. Probabilmente questa lettura fuorviante è stata suggerita dai miei appunti sul sistema d’allevamento del vigneto. Certo sono considerazioni molto personali, ma prendono spunto dalla realtà di quello che è successo nel Chianti con il sangiovese costretto ad un modello tipicamente francese e che si sta rivelando inappropriato sia in campo sia nel risultato in bottiglia. Considero le nostre varietà autoctone, che sono la nostra diversità e il nostro reale patrimonio, di cui Valdobbiadene rappresenta una indiscussa realtà, limitate più che esaltate da questo modello. Posso sbagliarmi, ma la realtà dice che molte di queste vigne a vent’anni di età sono così precocemente invecchiate da doverle spiantare. Se pensiamo che i francesi aspettano che le vigne dei grand crus arrivino a questa età prima di ritenere adatto il loro frutto ad essere vinificato nel grand vin… E’ un dato di fatto che l’età media del vigneto italiano è circa la metà di quello francese. Credo che questo abbia una sua logica, poi ognuno è libero di trarre le sue conclusioni. Non credo di aver sputato sentenze. Al massimo ci ho messo un filo d’ironia a proposito del “Roederer del prosecco”, dando notizia, in fondo, di quel che si dice in giro. Ma, un po’ d’ironia, caro Primo, non dovrebbe guastare. Possiamo discuterne, e risolvere quello che trovo un malinteso intendere. Nel Grave di Stecca, mi sembra di far notare, c’è sottesa una grande rivoluzione che vuole far uscire Valdobbiadene dall’angusto recinto del “prosecchino”, e mostrare al mondo la grandezza che si cela in questo territorio. E’ questo il credito che io dò al suo progetto. Perciò continuerò a seguirlo con rinnovata curiosità. Il motivo per cui ho scritto tutto ciò è legato a questa mia sensazione. Perciò, caro Primo, così come lei mi ha sempre bene accolto, altrettanto vorrei poter fare anch’io e risolvere da buoni conoscenti qualsiasi malinteso che si fosse venuto a creare. Modestamente, la mia cantina è ben fornita.
Con immutata stima,
Alvaro Pavan
In questo periodo, per motivi di lavoro, mi trovo costretto nel trascorre molte ore alla guida dell'automobile, e viaggiando spesso da solo demando all'autoradio il compito di tenermi compagnia...
Ovviamente ad inframmezzare le varie trasmissioni ci sono gli spot pubblicitari che in questo momento dell'anno (essendo
prossimi al Natale) riguardano i prodotti tipici del periodo, Panettoni, Pandoro ed altro, e quelli destinati ai regali: profumi, orologi, gioelli ecc. Ma spesso le pubblicità hanno per
protagonisti vini, con preferenza spumanti, e distillati.
Puntualmente le pubblicità con tema vini e distillati si concludono con quello che sembra essere diventato il mantra del momento: Bevi Responsabilmente!
Il Bevi Responsabilmente si trasforma a volte in Degusta Responsabilmente, anziché Bevi con Moderazione.
Ora io capisco bene che viviamo in un mondo dove tutto deve essere "politicamente corretto" e pervaso da un' "onestà intellettuale" prossima all'eccesso (possono esistere sciocchezze maggiori all'utilizzo di queste due frasi? Politicamente corretto è un ossimoro!) ma fatico a capire perché si debba insultare milioni di consumatori ponendo quell'inutile suggerimento (quasi che, senza tale frase, tutti noi rischiassimo la sbronza) per evitare che mille babbei si ubriachino realmente e senza alcun ritegno! (cosa che, ovviamente, faranno ugualmente!).
Le pubblicità delle automobili sono forse seguite dalla frase guida con attenzione, non correre, allaccia le cinture ma sopratutto usa sempre l'auricolare?
Quelle dei profumi recitano da spruzzarsi sul corpo ma non da ingerire?
E neppure la pubblicità della crema abbronzante viene seguita dal consiglio di non esporsi al sole per più di otto ore consecutive. (altrimenti, di questo passo, se si dovesse pubblicizzare una piscina si dovrebbe recitare il tuffarsi solo dopo averla riempita...)
Ed allora noi, moderati consumatori di vino o alcolici, chi siamo? I più scemi del villaggio che abbisognano del suggerimento impartito dal maestro?
Certo qualcuno dirà che serve per "educare i giovani"... siamo seri, certe frasi ridicole (tipo "il fumo uccide" che si obbliga a stampare sui pacchetti di sigarette) sono cretinate promosse solo per non avere debiti morali, non per evitare che qualcuno fumi o beva! (non mi si dica che difendo "un vizio": io non ho mai fumato in vita mia!)
Se sei una persona normale, educata, socialmente nella media, corretta, non ti serve sapere che devi bere responsabilmente perché già lo fai, mentre se sei uno scemo bevi sino allo stordimento, con o senza frase!
Per quel che mi riguarda posso solo fare una cosa, evitare tutti i prodotti che in pubblicità utilizzano tali frasi: è evidente come siano bevande per persone incapaci, ed io non mi ritengo tale!
AC
Ieri sera sfogliavo distrattamente un quotidiano quando la mia attenzione è stata catturata da un articolo la cui lettura avrebbe dovuto permettere ad ogni lettore di risolvere l'annoso problema che si presenta puntuale ai primi giorni di dicembre: "cosa regalo quest'anno: il regalo giusto per ogni parente!"
L'autore dell'articolo non dimenticava nessuna figura: dal nonno al vicino di casa, dalla zia prediletta (perché di notevole età e con notevoli somme da lasciare in eredità...) sino alla fidanzata del fratello, insomma un articolo degno di... (non mi viene in mente nessuna parola così brutta!)
Ovviamente grande spazio al vino, dono di Natale per eccellenza: relativamente impegnativo dal punto di vista economico, versatile, facilmente trasportabile, sempre gradito da chi lo riceve (e fin qui è tutto vero) e, a mio dire, gradito anche quando lo ricevi in doppione: per quanto tu ami cucinare se ricevi due pentole di uguale misura e fattura non sai che fartene, ma di due bottiglie di Vino Santo dei Laghi sì!
La parte che però mi ha fatto maggiormente sorridere era quella in cui si cercava di dare collocazione esatta ai vini da regalare: se sono regali poco importanti va benissimo il vino x anziché quello y, ma se dovete fare bella figura ricorrete a quei vini il cui valore è noto a tutti: qualsiasi persona, anche la meno edotta, sa che una bottiglia di Barolo oppure di Barbaresco (anziché Brunello) vi avrà costretto ad un forte impegno economico, pertanto non potrete che raccogliere il plauso da chi la riceve.
Stamane, con una coincidenza che ha dell'incredibile, mi arriva un mms da parte dell'amico, Marco: "ciao Ale, sono all'autogrill di Desenzano. Barolo 2006 a poco più di 18 euro a bottiglia, sconto alla cassa del 25% se comperi la singola bottiglia, e del 50% se comperi il cartone da 6! Poco più di 8 euro l’una… ti mando la foto!"
Cosa posso dire?
Volevo regalare una bottiglia di Barolo al mio commercialista, incrocio le dita sperando che nei prossimi giorni non si fermi all'autogrill di Desenzano!
(morale: una bottiglia vale per la qualità del vino che contiene, non per la denominazione scritta in etichetta!)
AC
Questa è la mail (lettera) ricevuta da Primo Franco, ed a cui faccio riferimento nel post precedente.
La pubblico volentieri per i motivi già esposti.
Buona lettura.
Sento il bisogno di rispondere a quanto scritto da Alvaro Pavan, che conosco di persona, poiché alcune parti del suo articolo dimostrano che, nonostante sia stato più volte all’interno della proprietà di “Grave di Stecca”, egli non “sa” e non ha mai chiesto (avrebbe potuto farlo in molte occasioni) cosa sia quello che nel 1991 è nato come progetto, forse unico, a Valdobbiadene.
Innanzi tutto, orgoglioso di appartenere alla categoria dei negozianti, mio nonno Antonio che cominciò nel primissimo dopoguerra della Grande Guerra aveva nella sua carta intestata la seguente descrizione della sua attività “ Franco Antonio Produttore e Negoziante in Vini Valdobbiadene “. I negozianti o commercianti di vino, come ci chiamavano, hanno fatto la storia del paese, tant’è che in via Garibaldi (la via dove è situata la nostra cantina) ci sono Bortolomiol, Mionetto, Franco, Ruggeri, prima che si trasferisse, Valdo (ex società Vini Superiori che iniziò per prima nel 1926 con piccole autoclavi); arrivati in piazza girando a destra Trevisiol e successivamente Bortolotti etc. Le aziende elencate rappresentano la vera storia di Valdobbiadene, fatta di commercio di vini bianchi, rossi - naturalmente acquistati in alte zone - venduti in botti, damigiane, bottiglie con il tappo corona, renane, bordolesi, fiaschi e spumanti prodotti con il metodo Charmat per sé e per conto terzi, frizzanti, fermentati in bottiglia chiamati “col fondo”, metodo di produzione e definizione oggi di grande tendenza.
La necessità di cambiare,quindi, per la nuova generazione che io rappresentavo all’ingresso in azienda, era impellente e lo feci come lo fecero all’epoca tanti altri amici e colleghi sparsi per l’Italia, (eravamo fine 60 primi 70) e fummo quelli che diedero la svolta definitiva al mondo del vino italiano che passò dal produrre “calorie quotidiane” a “edonismo“ alla portata più o meno di tutte le tasche.
Saltando a piè pari 20 anni, “Grave di Stecca” nasce come progetto sperimentale nel 1991, nel momento in cui il proprietario del “clos” mi affitta la vigna e mi vende la Casa Rossa dove abito.
Era la realizzazione di un sogno: una vecchia vigna composta da vecchie e nuove viti, cloni di Prosecco ormai scomparsi, alcune piante franche di piede quindi un materiale incredibile, ma che si stava auto-distruggendo parte per incuria, parte per non conoscenza. Per due anni io ho selezionato le piante migliori (selezione massale), quelle che avevano le caratteristiche più simili ai vecchi cloni balbi e, nel frattempo, con la collaborazione di Jeanmarie Guillaume, uno dei più bravi pépiniéristes francesi, decidevamo la scelta del portainnesto 41b adatto al terreno altamente calcareo, il sesto di impianto e il sistema di allevamento, e via dicendo, quindi non un vigneto fatto piantare dai vivaisti e dai produttori di pali, ma pensato e progettato per un vino che esprimesse il vero sentimento del luogo in cui veniva prodotto.
Potrei dire che sono stato deriso all’epoca, come criticato con una punta di cattiveria ora, ma bisognava provare a fare qualche cosa di diverso per dare una differente dignità a quello che tutti chiamavano prosecchino e che tanti oggi vorrebbero fosse rimasto tale per pagare poco il risultato delle fatiche di una viticoltura impegnativa e faticosa ed a volte anche derisa.
Esposto interamente a sud, 5000 piante per ettaro, 2m x 1 a ritocchino (cosi il frutto prende il sole dalla mattina alla sera), il primo filo a 70 cm, pali in legno, contenimento delle vigorosità del Prosecco con cimatura periodica (circa un ettaro di foglie per ogni ettaro di vigna), aggiungerei anche che per alcuni anni metà allevato a Guyot e metà a cordone speronato che venne successivamente convertito a Guyot perché non entrava in equilibrio col terreno composto di sassi puri tale che era ed è impossibile lavorarlo senza evitare di scoprire ed alzare quelli che sono sotto tranquilli : c’era e c’è tutto per produrre un vino diverso.
Allora avrei potuto piantare qualsiasi cosa alla moda, ma decisi di restare saldamente legato alla tradizione nella scelta del tipo di uva.
Un altro salto ed arriviamo al 2007 con la decisione di produrre Grave di Stecca ( il vigneto ha 14 anni essendo stato piantato nel 1993) ormai la vigna è matura e può dare, se vuole, il suo meglio. Qui inizia il progetto Valdobbiadene Doc Grave di Stecca o, come definito da Alvaro Pavan, il “Roederer del Prosecco" – Alvaro ti sei accorto che c’e anche un Roederer della Franciacorta?- Se Alvaro, che mi conosce bene e che è sempre stato accolto bene ogni qualvolta veniva a lavorare all’interno della proprietà del “monopole”, avesse dedicato un po’ del suo tempo libero per parlare con me ed assaggiare con me il vino nei suoi vari momenti e nelle differenti annate, forse avrebbe capito meglio quello che stava succedendo e quello che accadrà.
Al contrario è stato molto più facile sputare sentenze (va molto di moda oggidì!) criticare senza approfondire , bere senza assaggiare assieme a chi produce e che può spiegare per filo e per segno le proprie idee, le sfide che il mondo agricolo oggi deve affrontare, anche se solo da una piccola vigna come “Grave di Stecca” Pertanto è stato più facile sedersi davanti ad un computer e scrivere tutto ed il contrario di tutto, solo per esaltare se stesso, e non per fare una critica produttiva, in una forma autoreferenziale, ancora una volta di moda, offendendo, senza una ragione precisa anche chi fa il proprio lavoro sicuro di farlo al meglio.
Alvaro che bisogno c’era di scrivere quello che hai scritto?
Primo Franco
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