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SaggiBevitoriBlog di Alessandro
Carlassare
Prendo spunto da un passaggio del commento espresso dall’amico Massimo in riferimento all’articolo Abbiamo assaggiato ed oggi... giudichiamo! per farmi (e farvi) la seguente domanda: ma nel vino è proprio vero il postulato piccolo = buono e grande = cattivo?
Il commento di Massimo, supportato anche da un intervento dell’amica Alberta (entrambe persone che hanno la mia più completa stima, che di vino ne capiscono assai e con cui mi pregio di confrontarmi spesso), si riferiva al fatto che nell’ultima degustazione del nostro Circolo avevamo degustato dei vini provenienti da cantine troppo grandi per esprimere, a sua detta, “vera qualità”, questo il passaggio che mi da lo spunto per il presente post: “Trovo che il piccolo produttore con le sue esigue bottiglie prodotte si possa permettere più della grande cantina di fare i vini a sua immagine e personalità. La grande cantina inevitabilmente deve ospitare tra i suoi clienti tanti più estimatori e bevitori possibile quindi il gusto ne risulterà inevitabilmente standardizzato e smussato. Auspico un ritorno a quei piccoli e buoni vini di piccoli produttori che lavorano con il cuore e con l'anima per trarre un prodotto ricco di personalità e carattere”.
Caro Massimo (ovvio che la domanda la pongo a te in modo retorico: in realtà la esprimo a tutti, me medesimo per primo) ma siamo certi che un vino prodotto in grandi numeri sia per forza standardizzato e smussato? E se la risposta fosse un sì quale la differenza numerica tra “un piccolo produttore che lavora con il cuore e con l'anima per trarre un prodotto ricco di personalità e carattere” ed un grande produttore? (che, ha mio dire, può lavorare con pari anima e cuore).
Se produci meno di 30.000 bottiglie sei un piccolo produttore mentre se ne produci di più sei di grande dimensione? Oppure ci spostiamo a 50.000 bottiglie? Magari 100.000… ed a quel punto siamo certi che il vino prodotto in maggior quantità sia privo di personalità e carattere?
Riguardando un po’ di dati ne “I grandi vini del mondo” ho trovato i seguenti numeri: 180.000 le bottiglie prodotte di media da Chateau Haut-Brion, 200.000 per Chateau Latour, Margaux e Lafite Rothschild (cadauno, ovvio) a cui dobbiamo aggiungerne altre 40.000 per arrivare alla produzione di Mouton Rothschild… sono forse vini privi di carattere e personalità?
E che dire delle oltre 300.000 bottiglie di Lynch-Bages o le 400.000 di Chateau Pichon Longueville?
Due dei vini che più mi hanno impressionato in vita mia per personalità e carattere, oltre che per bontà, ovvero Vega Sicilia Unico e Chateau Cheval Blanc, (parlo di Cheval Blanc, vino per cui Walter Eigensatz - non certo l’ultimo degli ultimi - ha espresso la celebre frase “ci sono ottanta Clos Vouget, ma un solo Cheval Blanc) vengono prodotti in numero che si aggira attorno alle 100.000 bottiglie annue… , se devo avvalorare la frase piccolo = buono, cattivo = grande devo presupporre di aver preso un granchio mostruoso oppure essere rimasto impressionato dal nome la volta che li ho assaggiati, ma so bene che la realtà non è ne una ne l’altra! (entrambe bevuti in degustazione cieca la volta che ne rimasi folgorato)
Tra l’altro Cheval Blanc fa parte di quel gruppo (LVHM) che produce globalmente svariate decine di milioni di bottiglie l’anno, tra cui Yquem e Krug. Vogliamo forse sostenere che Yquem non è vino che emoziona? Ed il Krug Clos du Mesnil? L’emozione che ti provoca sorseggiare questo vino è forse inferiore a quella che si prova bevendo una chicca di Jacques Selosse oppure di Jerome Prevost?
Quando pronunciamo l’assioma espresso nel titolo non vorrei fossimo tutti vittima della provocatoria frase del grande Veronelli, ovvero meglio il peggior vino del contadino del miglior vino dell'industria, frase che aveva una logica provocatoria fine a se stessa ma che però viene usata come dogma solo quando serve a supportare una certezza che quasi sicuramente non esiste.
AC
(immagine a corredo raccolta dalla rete)
Nell'esaustiva serata di venerdì 5 ottobre, dedicata ai vini della Nuova Zelanda provenienti da Marlborough e piacevolmente condotta dagli enologi Andrea Miotto e Marco Spagnol, abbiamo assaggiato i seguenti vini:
A Voi che leggete ed avete assaggiato ogni commento.
Specifico subito che i problemi di linea a cui mi riferisco non sono quelli dovuti alle abbondanti libagioni (che più
di tanto cruccio non mi danno), ne quelli della linea di fuorigioco che spesso il sempreverde Pippo Inzaghi oltrepassa senza problemi (e per fortuna senza essere visto dagli arbitri), bensì
quelli della linea telefonica... da oltre 24 ore non ho segnale ADSL e mi è impossibile pubblicare il post del giorno...
In realtà non è la bontà del Prosecco con le pere che alcuni amici Friulani stanno inseguendo, bensì la redditività che questo vino sta donando!
Leggo oggi sull'informatore agrario (n° 39 del 28 ottobre 2010) un trafiletto intitolato "Anche il Friuli punta al Prosecco", in
tale articolo viene raccontata in breve la vendemmia 2010 vista attraverso gli occhi dell'osservatorio delle Cantine Cooperative (attraverso cui si trasformano il 40% di tutte le uve raccolte in regione! ): vendemmia complessa, con luci ed ombre, che registra un calo di raccolto delle uve rosse a favore di Pinot
Grigio e Prosecco, e con un tormentato calo del prezzo corrisposto per ogni tipologia, sempre Prosecco/Glera escluso.
Al punto che il direttore della Cantina La Delizia, che tratta ben il 20% di tutto il vino del Friuli Venezia Giulia, rivela che si punterà sempre più su questa tipologia, al punto che i 30 ettari vitati che i soci coltivavano appena qualche anno fa oggi sono diventati ben 130, ma la crescita è destinata a continuare!
Ora so bene che qualcuno la prenderà a male, ma non vedo perché dovrei tacere, pertanto faccio una domanda cattiva ad alcuni viticoltori Friulani: Amici, appena 15 anni fa in manifestazioni come Vinitaly o in situazioni di incontro/confronto deridevate le per voi esili strutture del Prosecco ritenendolo vino di pura idea commerciale… come mai ora avete cambiato idea?
Trovate così piacevole tale vino da mutare (per l’ennesima volta) buona parte delle vostre coltivazioni? Oppure, come temo e come scritto sopra, volete solo inseguire il successo di pubblico ed economico che questo vino miete e che non è certo stato costruito da Voi?
Personalmente ho sempre ammirato ciò che proviene dalla vostra regione, e vi ammiro come popolo, una sola cosa detesto: l'atteggiamento ondivago che molti di voi attuano in viticultura!
Mi spiego meglio: un dato periodo la richiesta di mercato è rivolta ai vini bianchi aromatici e voi giù a piantare i bianchi aromatici, qualche anno dopo si impongono i rossi e voi vi impegnate a coltivare solo Merlot e Cabernet, gli States richiedono il Pinot Grigio e Pinot Grigio sia, insomma un "inseguiamo il mercato" anziché un “proponiamo al mercato” che non fa certo onore alla vostra laboriosità ed alla vostra storia.
Ribolla, Tocai, Malvasia Istriana, Verduzzo, Schioppettino, Piccolit, Refosco Istriano o Terrano che dir si voglia, vi sembrano vitigni che non meritino di essere imposti senza (per una volta) guardare cosa richiede il mercato?
A mio parere si, eccome, e visto le tante volte che avete piantato/spiantato inutilmente direi che dovrebbe essere anche parere vostro.
Il tutto scritto senza la minima acredine bensì con tanta simpatia.
AC
Impossibile non ricordare la frase che da il titolo a questo post: non esiste professore di fisica che non l'abbia ripetuta almeno cento volte per ogni classe, ed alunno che non l'abbia udita altrettante volte, e sinceramente dei tre principi cardine della dinamica è quello più semplice da ricordare (ma sopratutto da comprendere!)
Eppoi, lo vediamo nella vita di tutti i giorni che è divenuto principio che possiamo applicare in ogni dove....
Per tale motivo lo si applica anche nel mondo del Prosecco: come scrivevo ieri ( ) molti produttori hanno portato taluni processi produttivi quasi al limite di ciò che la tecnica (e la ragionevolezza) consentono e giustificano: pulizia dei mosti e del vino condizionate da filtrazioni ultra spinte e da un numero di travasi capaci di far impallidire vini di ben altro spessore oppure scelta monotematica di lieviti che condizionano il prodotto finito oltre il timbro che l'annata potrebbe conferire possono essere due semplici ed immediati esempi. (puntualizzo: scelte attuate per ottenere un preciso risultato, che se da una parte hanno una precisa motivazione - vini tecnicamente ineccepibili - dall'altra tendono ad omogeneizzare ed a livellare il risultato in modo eccessivo)
Per il principio che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, qualcuno attua ed ha impostato quasi al contrario (per fortuna) la propria metodica: pur mantenendo la massima cura in ogni punto della vinificazione si attuano filtrazioni meno invasive, contenuto numero dei travasi, differenziazioni dei lieviti in base all'uva e/o al periodo di raccolta, insomma più di qualcuno sceglie di non utilizzare scalette tecniche ripetitive e prefissate a monte, bensì di adeguare le proprie esperienze e capacità a quanto la natura gli ha voluto donare nel singolo anno.
Purtroppo visto che ogni eccesso genera idee (eccessive) al contrario leggo e raccolgo voci sul fatto che qualche viticoltore (forse viticoltore non è il termine corretto…) sta impostando il proprio lavoro fuori da ogni schema tecnico abbandonandosi a fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe sulle bucce, assenza di ogni filtrazione ed addirittura al sogno (utopico) di non utilizzare la solforosa.
Non capisco però se queste persone inseguono la moda del momento o se non hanno la capacità di cogliere la delicatezza e la sottile struttura del vino che la natura (ed il lavoro dei propri avi) gli ha donato.
AC
Il Circolo dei Saggi Bevitori è un'associazione enoculturale no profit che si prefigge di promuovere ed educare all'arte del bere bene. I Saggi Bevitori sono persone che amano condividere questa gioia, ed il Circolo è aperto ad ogni persona che voglia approfondire le proprie conoscenze oppure trasmetterle.
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