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Che il mondo del vino sia ammantato di bellissime leggende è cosa nota sicuramente a tutti, che molte leggende, identiche tra loro, trovino collocamento in luoghi spesso distantissimi è altrettanto noto, magari un po’ meno noto è il fatto che tante leggende abbiano un minimo fondo di verità.
Ben due leggende gravitano sul vigneto di Corton-Charlemagne: la prima narra il motivo per cui vi si coltiva Chardonnay anziché Pinot Nero come in tutte le zone circostanti (essa racconta che anche a Corton si coltivasse Pinot, ma grazie al fatto che l’imperatore Carlo Magno, il quale aveva l'abitudine di bere il vino tratto da quelle viti, durante la vecchiaia rovesciasse spesso il calice di vino rosso sulla sua folta barba bianca macchiandola in modo ridicolo. Per tale motivo impose di produrre del vino bianco sostituendo il Pinot Nero con uve a bacca bianca). La seconda (probabilmente con un fondo di maggior verità) dice che in gioventù fu proprio Carlo Magno, transitando a fine inverno dalle parti di quello che oggi è il comune di Aloxe-Corton, nel suggerire di piantumare viti sul colle di Corton: egli infatti vide che la neve si scioglieva molto prima rispetto alle zone circostanti ed intuì che le condizioni ambientali (quello che oggi noi possiamo chiamare microclima) fossero favorevoli alla coltivazione dell’uva.
Questa leggenda mi è tornata in mente nel pomeriggio di domenica scorsa: durante una passeggiata effettuata in compagnia di un amico viticoltore sui colli di Colbertaldo, nella zona denominata Federa, ho notato come molti vigneti, pur con una temperatura di alcuni gradi sotto lo zero, fossero già liberi della neve che li ricopriva appena il pomeriggio precedente. Ed è stato interessante scoprire come tali vigneti fossero quelli coltivati da sempre: come a dire che identica intuizione di un imperatore fosse da attribuire ai nostri avi contadini. Comunque, al di là di verità o casualità, il piacere di passeggiare nei vigneti riserva sempre emozioni impagabile, e non posso che suggerirla anche quando il tempo appare inclemente.
AC
Che l’avvicinarsi del Natale comporti un notevole cambiamento su quanto compare sulle nostre tavole è cosa ben nota, soprattutto per quanto riguarda il fine pasto: assieme ai classici dolci natalizi (Panettone e Pandoro sopra ogni altro) fanno la comparsa i vari tipi di mandorlato, tronchetti natalizi, biscotti speziati ed ogni sorte di frutta secca. Nella cena dell’altra sera, complice un delizioso (anche dal punto i vista estetico) vassoio in vimini ricolmo di datteri, fichi secchi, uva passa e mandorle, mi è venuto l’idea di aprire, dopo parecchio tempo dall’ultima volta, una bottiglia di Primitivo Passito dell’azienda Vinicola Savese, il Mamma Teresa!
Un vino che si presenta di un bel rosso rubino con unghia leggermente aranciata, di olfatto intenso, con sensazioni di ciliegia, prugna disidratata, marinelle, mirto di rovo seguito da una moltitudine di spezie: cannella, chiodi di garofano e pepe. In bocca si propone pieno, completo, denso, con un ottima corrispondenza gusto olfattiva e persistenza finale degna di nota. Il Primitivo passito l’ho conosciuto proprio grazie al produttore di questo vino, Vittorio Pichierri, quasi vent’anni orsono, nel corso di un Vinitaly, e da allora non è mai scemato l’entusiasmo per questo vitigno. Il Mamma Teresa viene prodotto con uve sovra maturate in pianta: dopo il periodo di appassimento sulla pianta, l’uva viene vinificata con metodi tradizionali attraverso una fermentazione a temperatura controllata (20/22°C). Il vino viene conservato in contenitori interrati vetrificati ove avviene la maturazione e l’affinamento. Per una parte si completa l’invecchiamento in barriques e giare in terracotta esaltando le caratteristiche intrinseche del vitigno. Giunto a maturazione, viene stabilizzato e imbottigliato a freddo per non alterare le sue caratteristiche naturali.
Mi permetto di consigliavi questo vino con la frutta secca, come sopra scritto, oppure con pasticceria secca di mandorla, amaretti e crostate di frutta, a degna conclusione di un grande pranzo natalizio.
AC
Pensavo, credevo, ipotizzavo di averle viste tutte nel vino, ed invece mi sbagliavo: leggo stamane della nuova iniziativa intrapresa dal Consorzio di Montalcino, (link) il quale per risollevare l’immagine offuscata dai recenti scandali nulla ha trovato di meglio se non istituire una sorta di “carta di identità” per le bottiglie immesse in commercio dalle aziende aderenti che da oggi è possibile richiedere a mezzo sms….
Di cosa si tratta è presto detto: già da alcuni anni si può rintracciare (?) l’origine di una bottiglia tramite il portale internet del Consorzio, per fare ciò e' sufficiente seguire le istruzioni del sito inserendo nell'apposita pagina le tre lettere e gli otto numeri di serie presenti sulla fascetta identificativa della DOCG. Al termine di questa procedura appaiono una serie di dati: annata, numero di bottiglie prodotte nella stessa partita, riferimento alla certificazione dell'ente di controllo, dati analitici (titolo alcoolometrico, estratto, acidità), nome del produttore con relativi riferimenti di indirizzo, telefono, indirizzo mail e link diretto al suo sito web. Da oggi gli stessi dati possono essere reperiti tramite il telefono cellulare con procedura similare a quella del sito tramite l'invio di un sms (al numero 3663008880), il testo dell'sms deve essere compilato con le tre lettere e gli otto numeri presenti sulla fascetta aggiungendo la capacità' della bottiglia. In poco minuti giungerà un SMS di risposta contenente tutti i dati. Ora, so bene di essere eccessivamente pragmatico, ma credo che per conoscere annata, grado alcolico e l’identità del produttore fosse sufficiente leggere l’etichetta (magari attentamente?), se però qualcuno ha bisogno di spedire un sms per ottenere tali dati non mi scandalizzo (eufemismo) il problema è tutt’altro, ovvero che io non voglio ulteriori informazioni tra quelle note, io vorrei conoscere le cose importanti! Con le uve di quali vigneti è stato prodotto tale vino? L’azienda produttrice o i titolari sono mai stati condannati per truffe alimentari? Ha mai ricevuto sanzioni o rilievi di una certa importanza per non essersi attenuta al rispetto del disciplinare? ecc. ecc.. Questi possono essere dati utili per ricostruire un’immagine. Immagine distrutta anche da persone che impiegavano il loro tempo per progettare carte d’identità elettroniche anziché verificare che i propri affiliati svolgessero quanto stabilito!
AC
Lo scrivo subito: questo non è un post dedicato ad una degustazione, ne uno scritto vergato per comunicare quanto buono fosse un vino assaggiato a chi “non c’era”, questo è una riflessione a voce alta e fatta nel ricordo di un paio di ottimi calici di vino su come stia evolvendo (in meglio) l’area più vocata alla produzione del Prosecco, quella del Valdobbiadenese. Mi sono trovato nella sera di lunedì, assieme agli amici Marco ed Andrea (miei autentici mentori per qualsiasi cosa riguardi il Prosecco assieme ad Ivo, Giovanni e Nicola), in visita all’azienda agricola dei fratelli Stramare, situata sulla sommità del Col Roer, praticamente al confine tra Valdobbiadene e la frazione di San Vito. Ad accoglierci c’era Luca Gallina, il nipote dei titolari, bravo e simpatico enotecnico, e lo scopo della visita vertiva sull'assaggio di una ben specifica tipologia di Prosecco: quello vinificato da uve passite! Tanti, troppi, credono che la versione passita sia un vino che esula dalla tradizione, in realtà è l’esatto contrario: il Prosecco passito è scomparso perché le uve che solitamente si destinavano a tale prezioso nettare sono state fagocitata dalla spumantizazione… non lo si può negare, lo spumante è croce e delizia del territorio: delizia perché grazie alla versione spumante il Prosecco si è fatto conoscere nel mondo, si è affermato, ed a portato il giusto compendio economico a chi lo produce, croce perché sembra che il Prosecco sia solo uno spumante e non più un vino. Persino alcuni giornalisti del settore non sempre sanno cosa significhi vino Prosecco: un vino che, ovviamente quando prodotto con i dovuti crismi, e un bianco fermo dalle qualità notevoli, un vino che prodotto con il metodo tradizionale, quello del fondo (sistema ancestrale) è vino che non teme confronti per capacità di abbinamento, piacevolezza, caratteristiche di mantenimento delle peculiarità gustative…. l’avessero i francesi il Prosecco col fondo sarebbe decantato e venduto quasi con pari enfasi dello champagne, ma questa è una storia che affronteremo un’altra volta…
Il Prosecco Passito di Luca non è un vino prodotto seguendo le mode, i gusti, ed il mercato, bensì è tradizione riportata all’attuale: non basterebbe un articolo di 100 righe per descrivere la passione, la tenacia, l'amore e lo sforzo posto per vinificare al meglio il vino che abbiamo assaggiato. Alcuni dati però possono chiarire il discorso: 50 quintali di uve attentamente (frase autentica, come abbiamo potuto constatare) selezionate in vigna, appassimento protratto su cassetta o graticcio dai 5 ai 7 mesi, fermentazione spontanee senza inoculi e pertanto protratte per lunghi periodi (sempre con il pericolo di inneschi spicevoli) effettuate in vetro (avete letto bene, in vetro: Luca cerca la fermentazione in damigiane scolme per lavorare in riduzione, ed infatti al naso si ritrovano note piacevolmente e mirabilmente ossidate) infine maturazione per due o più anni in botti di legno piccolo e con minima tostatura.
Il risultato? Un vino nella quantità pari praticamente al 10 per cento dell'uva raccolta, che varia dai 12 ai 15 gradi alcolici (dipende dall’annata) e con un residuo zuccherino che può variare, sempre a seconda dell’annata, dai 220 ai 300 ed oltre grammi per litro! Nel corso della serata abbiamo assaggiato più annate, che mi riservo di descrivervi nei post delle degustazioni, sappiate comunque che erano vini deliziosi ed impagabili, con un 2007 da prenotare sin da oggi. Li descriverò più avanti perchè lo scopo di questo post è quello di esprimere l’enorme piacere avuto nell'incontrare una persona come Luca, animata da autentica passione, e come lui lo sono gli amici citati prima, Andrea, Marco, Giovanni e Nicola, che voglio accomunare ad altri produttori come Alberta e Silvano, Paolo, Luciano, Claudio, Massimo, Francesco, Antonio, Franco, Stefano e tanti altri conosciuti negli ultimi due anni che dimostrano un amore per il loro vino, il loro territorio e le tradizioni (ovviamente rivisitate secondo tecniche più corrette) che mi portano a credere che il mondo dei "prossecchini" pronunciati in tale odioso modo sia agli sgoccioli: questi sono protagonisti da vino PROSECCO scritto sempre in maiuscolo. Produttori che mi inducono a credere che non sarà una semplice G posta al termine della sigla DOC a fare la differenza rispetto agli anni 80-90 ed inizio 2000, bensì la certezza di un territorio unico unito al loro amore ed alla loro preparazione.
La sfida del Prosecco "vino protagonista" parte dai presupposti appena citati, non certo da una concessione di legge….
AC
Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere, su alcuni siti internet ed alcuni blog, commenti assai negativi nei confronti dell’iniziativa promossa dal Ministero delle Politiche Agricole e dal Ministro Zaia denominata “Brindo Italiano”, e sinceramente mi stupisco per queste negative prese di posizione. Per chi non lo sapesse l’iniziativa “Brindo Italiano” non è un'invito rivolto alla popolazione italiana atto a suggerire esclusivamente brindisi con spumanti di produzione italiana: (fortunatamente suggerimenti così autarchici e fuori dal tempo sono, oltre ad essere demagogici, largamente inascoltati) bensì la richiesta formulata alle emittenti Televisive italiane di non utilizzare prodotti esteri per il brindisi di fine anno!
Queste le parole del Ministro: "Ho chiesto alle principali televisioni e radio italiane di scegliere, per il tradizionale brindisi dell'ultimo dell'anno, le bollicine
dei nostri spumanti. Sarà un modo per festeggiare insieme non solo il nuovo anno, ma anche uno dei prodotti simbolo dei nostri territori e, con esso, l'agricoltura italiana tutta."
"Con il Ministero – ha fatto sapere Zaia – stiamo coinvolgendo i principali Consorzi italiani i quali forniranno le bottiglie che verranno stappate nei diversi
programmi a Capodanno. Le bottiglie che regaleremo alle varie emittenti avranno delle etichette ad hoc con il logo del Ministero e il nome dell'iniziativa, che sarà 'Spumante italiano'. Abbiamo
già ricevuto dei riscontri positivi da alcuni dei più importanti broadcaster."
Visto quanto sopra mi chiedo cosa ci sia di male in tale invito: nessuno ci ha chiesto di boicottare lo Champagne o altri spumanti stranieri nel momento del nostro brindisi augurale, nessuno ci ha chiesto di sorseggiare con bollicine italiane anziché con quello che più ci aggrada, il Ministro ha solamente chiesto (chiesto, non imposto) di utilizzare spumante Italiano per il brindisi di mezzanotte, al posto di vini provenienti da altri paesi, nel corso delle trasmissioni che verranno irradiate a cavallo della mezzanotte. Non ci trovo nulla di scandaloso in tale richiesta, anzi ad essere sincero ho sempre considerato sciocco, provinciale (e pure spregiativo per chi non può permetterselo) la stappatura di costose bottiglie di Champagne nelle trasmissioni nazional-popolari della mezzanotte di san Silvestro che proprio perché tali non dovrebbero pubblicizzare qualche ben determinato marchio o prodotto. Mi ricordo ancora bene il servizio trasmesse al TG 1 del 1° gennaio (costringetemi a tutto, ma non ad assistere ad una trasmissione televisiva la sera del 31 dicembre) dove si comunicava l’ottimo share raggiunto dalla trasmissione augurale condotta da Carlo Conto in quel di Rimini, e per comunicare ciò si trasmettevano le immagini raccolte la sera precedente in cui si vedeva l’abbronzatissimo conduttore, avvolto in uno spesso piumino, intento nell’aprire una bottiglia di Dom Pérignon (il cui principale scopo, successivamente, era stato quello di bagnare il palco vista l’imperizia con cui era stata aperta): incredibile, inutile ed ingiustificata pubblicità per un prodotto d’oltre alpe.
Per questo mi chiedo cosa ci sia di male nell’iniziativa promossa da Zaia, e se qualcuno riesce a spiegarmelo lo ringrazierò…
AC
Il Circolo dei Saggi Bevitori è un'associazione enoculturale no profit che si prefigge di promuovere ed educare all'arte del bere bene, con serate a tema, corsi di degustazione,
incontri con produttori, serate di abbinamento e quant'altro può avvicinare, in modo corretto, e conviviale al mondo del vino.
I Saggi Bevitori sono persone appassionate di vino che desiderano condividere questa gioia.
Nato il 1° luglio del 1999, da sei persone reduci da un corso di degustazione, il Circolo è cresciuto nel tempo sino a superare oggi i 120 soci.
Una volta al mese (1° venerdì di ogni mese) i soci si riuniscono in sede per ascoltare produttori, degustatori, giornalisti o altre persone raccontare un vino, un'azienda o una regione vinicola,
con a seguire una degustazione guidata.
Il Circolo è aperto ad ogni persona che voglia approfondire le proprie conoscenze oppure trasmetterle!
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