SaggiBevitoriBlog di
Alessandro Carlassare
Già, è inutile cercare i piccoli difetti che in una manifestazione possono starci, special modo a fronte di un biglietto parco e rispettoso del cambio lira-euro (si ricordino gli amici del Merano Wine Festival: 80 euro di biglietto sono 155 mila delle vecchie lire, cosa da nababbi). L'unica vera grande "ombra" della manifestazione Vino in Villa è stato il disinteresse dei produttori nei confronti del loro territorio. Strano visto che quest'anno si doveva promuovere quel territorio, composto di bellissimi e ripidi colli ammantati da vigneti, che si vorrebbe tutelare (?) con una DOCG alquanto fantasiosa e con la richiesta di inserimento sotto l'egida dell'UNESCO. Che i colli di Conegliano ed ancor più del Valdobbiadenese nulla abbiano da invidiare ad altre zone vitate dal punto di vista paesaggistico è certo: grandiose le Cinque Terre, bellissimi i ripidi vigneti della Valtellina, ma vi assicuro che la bellezza mozzafiato dei colli dove le viti del Prosecco (o come Zaia vorrà Glera) prosperano è incredibile. Arrampicarsi su certi vigneti che si trovano a Santo Stefano, Guia, Col San Martino oppure sulle rive della Scandolera è cosa ardua anche per chi lavora i terreni prima citati: non arrivi per caso a chiamare la strada che porta ad una "riva" Calvario... Ed allora quale occasione migliore di quella offerta dalla riunione di così tanta gente come quella indotta da "Vino in Villa" per portare degli appassionati a vedere questi vigneti? Nessuna!
Presto detto, presto fatto: con una semplice prenotazione potevi essere "scarrozzato" tra i vigneti delle ditte aderenti a questa iniziativa in un comodo pulman sponsorizzato dal Consorzio di tutela del Prosecco. Bene, a fronte di paesaggi fantastici e vigneti bellissimi (in alcuni casi, evidentemente, solo se visti da distanti) delle 78 aziende partecipanti solo 4 (solo quattro!) hanno accettato di condurre i visitatori tra i loro vigneti! A prima difesa va detto che delle 78 aziende presenti buona parte sono a conduzione prettamente familiare, con tutte le persone delegate alla produzione (ed alla vendita) presenti all'interno delle mura di Castel San Salvatore.
Ma le restanti? I grandi marchi di Valdobbiadene che tanto vantano il loro territorio, innegabilmente più variegato ed attraente rispetto al Vittoriese ed a quello di Conegliano, dov'erano? Un rifiuto dovuto a mero disinteresse oppure ad altri motivi? Forse il dispiacere di far assistere, se non sulle proprie vigne tra quelle del vicino confinante, alle coltivazione che definire intensive è ancora poco? Siamo onesti: il Prosecco è pianta rigogliosa che giustifica una produzione di elevata quantità, anzi soffre qualitativamente se portata a fruttificare in modo troppo contenuto, il rapporto di 130 - 150 q.li per ettaro è più che corretto, ma è a dir poco offensivo quando si ritrovano produzioni che arrivano quasi al doppio! Ancora in troppe aziende c'è "l'abitudine" di produrre il doppio del consentito per vendere una prima volta l'uva in modo ufficiale (che vada a registro per la vinificazione oppure venduta tale e quale) ed una seconda per produrre la quantità che verrà asportata, ai primi di aprile, da quel gioioso (ed ignaro) pubblico che decide di "andar per vin" per imbottigliarsi in casa il prosecco col fondo. (ovvio a questo punto un Prosecco che definire slavato è ancora poco...).
Se avete la fortuna (o sfortuna) di transitare sulla strada che costeggia dall'alto il Cartizze fermatevi a guardare qualche vigneto: ne vedrete di belli, di meno belli, di splendidi ed impossibili (e che eroi quelli che li coltivano) ma salterà all'occhio un appezzamento dove le vigne sono state "potate" (virgoletto perché definire potatura una cosa simile è un'offesa) in modo tale che chiunque vi calcoli la resa, anche un perito agrario di primo pelo, non potrà che indicarvela come approssimativa ai 250 q.li ettaro! E parliamo dell'appezzamento principe, del Cru della produzione di Prosecco, di quello che dovrebbe esere il fiore all'occhiello della nuova DOCG. Per brevità evito di entrare nel discorso diserbi, lavorazione con eccesso di chimica e quant'altro: per quello ci sarà spazio in un futuro articolo (assieme allo strano caso del "qui grandina tanto ma la produzione rimane sempre invariata).
Nasce una nuova DOCG, ma nasce con un'ombra bruttissima: lo sfruttamento del territorio ed il totale disinteresse dello stesso. Della serie meglio lavorare in cantina che faticare in vigneto...
AC
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