SaggiBevitoriBlog
Mi sorprende molto lo stupore che si manifesta nei titoli di alcuni giornali quando si parla di esportazioni di vino nei Paesi del Sol Levante.
Anche stamane alcuni quotidiani, come Repubblica (link) oppure nelle agenzia di stampa (link), compare quasi ammantata di stupore la notizia che le aste di vino di Sotheby's svoltesi ad Honk Kong abbiano superato per valore le aste che si svolgono a New York ed a Londra.
Da tempo gli appassionati conoscono le autentiche razzie che i nuovi ricchi cinesi stanno facendo sul mercato Francese (e, meglio che lo si sappia tutti, e dovuto solo a tale fattore se i grandi vini di Francia riescono ancora nello spuntare cifre assurde se non addirittura vergognose al momento della transazione commerciale) e dei più famosi vini Italiani e Spagnoli. Un importatore qualificato per la Cina vale come la pari figura per gli Stati Uniti se non più…
Quello che invece molte testate generiche non sanno, e che molte testate specialistiche non dicono (ovvero lo sanno ma non lo scrivono) è che il gusto del vino viene intenzionalmente modificato per piacere al compratore asiatico: alcune cantine, e parlo di nomi di prestigio non della cooperativa sociale ridotta alla canna del gas, stanno vinificando i loro vini, specialmente i rossi, con assurdi residui zuccherini per compiacere il consumatore asiatico che predilige tale prerogativa.
E pazienza quando si compie tale modifica per il prodotto destinato all’export, il brutto è quando lo si compie su di un’intera linea.
Lo scorso anno, durante Vinitaly, ho avuto la fortuna/sfortuna di assaggiare dei vini di due aziende, una veneta ed una toscana, che esportano la maggior parte della loro produzione, alla domanda del perché di certi assurdi tenori zuccherini la risposta confidenziale (di entrambe conosco bene l’enologo) è stata pressoché identica: “esportiamo la maggior parte della nostra produzione in Cina e nei paesi asiatici, loro lo vogliono così e noi così lo facciamo!”
Produrre vino è importante, ma più importante è venderlo, pertanto io tendo a comprendere e giustificare alcune scelte commerciali inerenti il packaging o la comunicazione, ma vorrei non transigere sul prodotto interno: dei due vini uno era addirittura un DOCG, ed il gusto stravolto dallo zucchero non sarà mai corrispondente a quello del vero vino prodotto in quella DOCG.
Non vorrei che con questa mania di inseguire il mercato si arrivasse allo stravolgere un prodotto creando dei vini ibrido (meglio mostri) non riconducibili a nulla, e magari un domani si presentasse la situazione paradosso, vissuta dal vivo, a Napooli: quella dell’americano che in una pizzeria rifiutò la Margherita ordinata perché priva delle fetta di Ananas che solitamente guarnisce la pizza che mangia nella pizzeria “Vera Napoli” di Calabasas dove egli vive….
Probabilmente una pizzeria gestita da Cinesi!
AC